Principale » Un tran (tran) che si chiama desiderio

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L’odore del caffè è la prima cosa che annuso la mattina, con gli occhi ancora chiusi e la testa concentrata sui sogni appena fatti, protesa a non farli scappare. La tazzina bianca la vedo prima della tua mano e il sapore

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bollente prima delle tue labbra calde.

Poi mi dici di sbrigarmi, di andare in bagno, di fare presto, che è già tardi, tra poco si scende. Lo dici con un tono autorevole e per nulla sgradevole, mentre sai di schiuma da barba e shampoo. Lo dici sempre con la stessa cadenza un pò accondiscendente, un pò sorniona. Lo dici come mio padre faceva 1000 anni fa, quando ero bambina. Questo attimo d’infanzia ritrovata mi mette di buonumore ogni mattina, mi fa iniziare il giorno in un limbo sospeso in cui il tempo non è mai passato, io sono stata sempre amata e le cose brutte non sono mai successe.

Poi vado in bagno, e leggo qualche riga di giornale. Di solito spero di trovare un articolo brutto, perchè se mi attacco con uno che mi piace faccio tardi. E tu da lì fuori sentenzi “finiscila di leggere!“, nemmeno mi stessi guardando. Poi mi vesto, senza voglia, sempre pensierosa. Io preparo i vestiti la sera, tutti ordinati e abbinati, per sentirmi tranquilla con la coscienza, come facevo con la cartella alle scuole medie. Ma al mattimo i vestiti riflettono l’umore della sera prima, o il clima passato e non quello che sta fuori dalla finestra, così raramente vanno bene, ed io li disfo, ne scelgo altri e lascio in camera un gran casino, vanificando ogni sforzo di ordine, e ogni tentativo di essere “sistemata”. E tu puntualmente sbuffi, e ti lamenti del mio essere scombinata. Ma non cambiamo nulla, né io, né tu.

Mi vesto e vengo da te, per farmi guardare. Sei un giudice severo ed incorruttibile. Nemmeno quando siamo in forte ritardo hai il coraggio di lasciar perdere: se non ti piaccio, tu lo dici e stai lì a criticare borse, accessori, abbinamenti, cinture. Oppure approvi e mi abbracci forte e mi dici che sono bella. Io scendo contenta anche quando mi hai criticato: ho avuto la mia sfilata mattutina, il mio “ma come ti vesti?” personale, l’attimo di celebrità.

Quando siamo pronti pronti facciamo il giro per chiudere casa e la gara per chi arriva primo alla porta e dice all’altro “ma insomma!ti sbrighi?sto già qui che ti aspetto da 3 ore!“. E’ un gioco senza vincitori né vinti: siamo entrambi ritardatari e abbiamo sempre qualcosa da aggiustarci davanti allo specchio, o da mettere in borsa prima di chiudere la porta. A volte ti avvii a prendere la macchina. In quegli attimi in cui sono sola mi piace mettermi l’ombretto, o il profumo che adori o qualcosa per stupirti. Quando scendo noto che mi guardi e che ti sembro un pò diversa da pochi istanti prima, e che ti ho incuriosito. Io sorrido da femmina soddisfatta.

Le mattine che mi piacciono di più sono quelle in cui tu mi accompagni al lavoro, almeno fino a un certo punto. Mentre a casa sono stata taciturna e pensosa, in auto mi scateno e divento la solita: ciarliera ed inconcludente, chiacchierona e ansiogena. Parlare al mattino, con l’aria fresca e le cose da fare mi soddisfa come certe chiacchierate notturne che facevo da adolescente. Osserviamo le navi da crociera che arrivano in porto e ci divertiamo ad immaginare cosa mangiano i crocieristi, dove vanno e da dove vengono, cosa vedranno di Napoli, cosa gliene sembrerà. Fantastichiamo sui nostri prossimi viaggi e leggiamo i manifesti di Via Marina e programmiamo di andare a concerti, teatri, mostre, sagre a seconda di quello che c’è scritto. Poi non ci andiamo quasi mai, ma in quell’attimo ci crediamo, ed è come stare in fila al botteghino o seduti in platea, e siamo già lì, e manca poco che commentiamo uno spettacolo che non abbiamo visto e non vedremo mai.

Qualche volta litighiamo pure. Quando litighiamo al mattino tu ti arrabbi 2 volte in più, perchè dici che ti ho rovinato la giornata o che una giornata che comincia con una lite è già persa in partenza. Io di solito faccio spallucce e corro al lavoro, accendo il Mac, sistemo la scrivania e sento i nervi salirmi a fior di pelle, e vorrei sbranarti, ma è già ora di riunione o di fare una telefonata, o altro e non c’è tempo di far nulla e allora si fa subito mezzogiorno e a quell’ora rimpiango il bacio di saluto che non ti ho dato scendendo dalla macchina, sbattendo forte la portiera.

Perchè il bacio del saluto al lavoro, quello che ti dò tra le 8 e le 8,30, generalmente al lungomare di Via Partenope, che entrambi guardiamo increduli perchè a quell’ora la strada è vuota, e il golfo sembra immenso e il mare pulito e blu, sentendoci davvero privilegiati, quel bacio, dicevo, è la fine di un tran tran quotidiano che

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ripetiamo quasi sempre uguale, da anni 4.

E che desidero, sempre uguale, sempre lo stesso, per altri anni di numero indefinito.

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