Food » Della bellezza di certe albe

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Domani compie un mese. Solo 30 giorni, vissuti pericolosamente, come l’avventura più folle che finora mi sia capitata. 30 giorni, 300 emozioni e mai 30 secondi per riflettere.

E invece mi sono ritrovata qui in cucina, in questa alba fredda, con l’unico rumore di sottofondo della mia lavatrice, con la luce giallo-viola che entra dalla finestra, il latte freddo e i biscotti, la camicia da notte sbottonata sul seno.

E ho pensato che le prime settimane sono state toste perchè lui non aveva mai fatto il figlio (e nemmeno il bambino…) ma soprattutto io non avevo mai fatto la madre. Non solo. Io non avevo mai preso in braccio nessun bambino, non avevo mai visto un pannolino, non ho mai sapito che ai bambini si mettessero i body, che credevo fossero solo un retaggio anni ’80 per adolescenti sfigate. Io non ho mai amato particolarmente i bambini piccoli, e non ho mai pensato alla maternità come realizzazione.

Nonostante le poche aspettative, le prime settimane mi hanno ammazzato.

La fatica, il dolore fisico, la stanchezza, la perdita di sonno, ma soprattutto la paura di sbagliare ad ogni passo, il senso di inadeguatezza, lo smarrimento di non capire, la sensazione di prigionia dovuta alla totale perdita di indipendenza. Tutti a dirti che è bello e tu a sorridere come una scema, a commuoverti anche, ma senza realizzare veramente, pensando a quell’esserino come una cosa bellissima ma in fondo non realmente “tua”.

E poi arriva un giorno, come oggi, che ti svegli all’alba e ne assapori il piacere, regalandoti nuove lentezze. Ti accorgi che cominci a distinguere il suo pianto e le sue espressioni, che scorgi in lui qualcosa di te: la bocca, le fossette nelle guance, la passione per le uscite a piedi, per la notte, buy cheap viagra per i racconti a mezza voce. Cominci a pensare a lui come ad una persona vera e propria, con le sue esigenze, le sue abitudini e i suoi gusti, anche se magari riguardano solo la posizione per

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fare il ruttino o la tutina preferita. E nello stesso tempo, cominci a pensare a lui come parte di te, inscindibile, meravigliosamente simbiotica. Cominci a leggere nuovamente un giornale, a fare una torta, a riacquistare i tuoi ritmi. Ma soprattutto, cominci a fottertene allegramente se questi ritmi li perdi: non t’importa più nulla del giornale e delle torte, perchè insieme vi completate e il vostro rapporto appaga totalmente.

Inizi a capire che in una telefonata parleresti di lui tutto il tempo, e che vuoi pure parlare d’altro, perchè adesso puoi, che lui è ormai in ogni discorso, implicitamente, dai film ai libri, dai vestiti, alla cucina. E adesso che inizia tutto questo, pensi che nonostante le colichette e i pianti, e le maglie macchiate di rigurgito, e tutto il resto, sei tornata ad essere quella di prima, sei tornata in te, sei tu. Eppure, sei una te splendente, una te migliore, una te al cubo. (oltre ad essere diventata un cubo, ma questa è un’altra storia…)

E allora questo tentativo di cheese cake è per festeggiare noi, la ricetta la trovate sul sito di Philadelphia o su tanti altri blog. A me interessava dirvi che ho fatto una torta, per festeggiare noi due, e tutti quelli che mi hanno aiutato a non perdermi e a trovare questa dimensione. (e loro sanno chi sono…)

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