StoryTelling » 9 maggio, Liberato. Intervista a Ulpio Basso

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Liberato: 5 pezzi, 5 interviste a testimoni privilegiati.

Dopo tutto, è 9 maggio.

schermata-2018-05-08-alle-16-21-48Ulpio Basso, creativo, napoletano doc ma residente a Barcellona, città del Sonar, dove quest’anno si esibirà anche Liberato. Quindi, l’eco della sua musica è arrivata fin lì?

Ebbene sì, la sua musica è arrivata fin qui, anche se a dire il vero la prima volta che ho sentito parlare del progetto musicale Liberato è stato sì a Barcellona ma passando per Milano. Ascoltavo infatti un podcast di Casa Bertallot, interessantissimo progetto crossmediale messo su dal dj milanese Alessio Bertallot a casa propria, in cui veniva fatto ascoltare “Tu t’hê scurdato ‘e me” a Tricky. Sono rimasto subito molto colpito dal suo sound e dal modo in cui aveva impressionato positivamente il noto cantante britannico ben avvezzo alle avanguardie musicali della scena elettronica e trip hop internazionale. Insomma, era la prima volta che sentivo la lingua napoletana declinata su quel tipo di sonorità. Poi nei mesi successivi mi sono reso conto che anche alcuni miei conoscenti residenti qui in Spagna ma di origine partenopea avevano incrociato sul loro cammino questo esperimento musicale che pian piano, complice la rete, si diffondeva anche qui. 

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-Cosa pensi di questa operazione musicale/visuale/comunicativa e commerciale che prova a rivisitare luoghi e musiche di Napoli?

Come dicevo poco fa, quando ho ascoltato “Tu t’hê scurdato ‘e me” per la prima volta, ciò che mi ha colpito è stato l’abbinamento del napoletano alle sonorità trip hop e al modo in cui le due cose legavano perfettamente. So che Aurelio Fierro amava sottolineare quanto il napoletano, proprio come l’inglese, si prestasse bene all’uso nella musica, per i suoi vocalismi àtoni, i suoi suoni sfumati, spesso indefiniti. Penso dunque che chi si cela dietro il progetto “Liberato” abbia intuito il respiro interculturale e internazionale della nostra lingua locale e che questa sia un’occasione per sdoganarla dalla provinciale sottocultura neomelodica che la ingabbia ormai da troppo tempo.
Il tema principale delle hit di Liberato è il quotidiano dell’amore tormentato ma non sa mai di banale, i brani che scrive sono intrisi di emozioni forti e contrastanti che ricordano molto le contraddizioni della nostra amata quanto odiata Partenope. E non credo sia un caso la scelta di abbinare al lancio dei brani musicali anche una serie di video che li raccontino nella cornice della nostra città. Trovo però che si sia ceduto alla tentazione di una nuova oleografia decadente che richiama un po’ troppo le atmosfere e i tratti “gomorriani”. Fa onore cercare di liberare un’idea dal luogo comune ma non serve a niente se la si ingabbia in un altro stereotipo.

-”Je te voglio bene assaje” è, insieme a Gaiola Portafortuna, il pezzo più pop, sia nel linguaggio dei video che in quello musicale. Quasi un collegamento ideologico tra Napoli e Barcellona: il progetto di Liberato ti sembra più creativo dal punto di vista musicale o da quello audiovisuale?

“Gaiola Portafortuna” e “Io te voglio bene assaje” sono in effetti i pezzi che più si avvicinano al pop. Ciò nonostante le sonorità di Liberato sono troppo interessanti per essere definite semplicemente pop perché penso che travalichino i confini di questo genere e vadano ben oltre, attingendo come dicevo all’elettronica e al trip hop. In questo forse il sound di Liberato ammicca un po’ all’internazionalità del capoluogo catalano e alla sua vocazione musicale elettronica (il Sonar ne è un esempio) ma penso che mantenga comunque una connotazione partenopea ben evidente. Per quanto riguarda i video che accompagnano il lancio dei brani, hanno uno stile che sta andando molto nello scenario partenopeo più recente, una sorta di neorealismo contemporaneo che racconta la città nella sua semplicità, nuda e cruda, così com’è, ma come dicevo prima forse cade un po’ vittima di una sorta di oleografia pop decadente, di uno stereotipo che Napoli non merita più. 

-Nel video della canzone “Je te voglio bene assaje” c’è un chiaro riferimento all’outing relativo all’omosessualità. Ti è sembrato un modo stereotipato di affrontare la questione o un tentativo di giocare sugli stereotipi di genere?

Ho visto solo di recente il video di “Me staje appenneno amò”. Direi che comincia bene con lo spunto narrativo dei due ragazzini che salgono sul Vesuvio come in un’avventura improvvisata alla scoperta dell’ignoto, forse alla scoperta di se stessi ma poi finisce per deludere con il finale del gruppo di drag queen che fanno baldoria per strada. Devo dire che queste ultime mi hanno ricordato molto i personaggi del film di Massimo Andrei “Mater Natura” ma lì c’era tutto un altro stile, un’altra atmosfera, una profondità che rendeva poetico anche l’eccesso, anche lo stereotipo. In questo caso invece il video musicale finisce per essere solo quasi macchiettistico. Al contrario ho trovato bella e incisiva la dichiarazione di autenticità della transessuale che fa da intro al video stesso.

In quanto omosessuale non può che farmi piacere che venga trattato anche in ambito videomusicale il tema dell’outing e dell’autoconsapevolezza della propria affettività e conosco bene gli enormi passi in avanti che Napoli ha fatto a tal riguardo negli ultimi anni in nome della sua atavica apertura all’eterogeneità ma forse rimane ancora legata a qualche inutile e anacronistico stereotipo che, come dicevo prima, non libera ma ingabbia.

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